Altamura – Caracas, andata e ritorno: una storia di emigrazione

18 luglio 2015
By Maria Cristina Marvulli

Classe 1935, Vito Disabato o, come lo chiamano i suoi conoscenti, “Vitino”, è uno di quegli altamurani che nella seconda metà degli anni ’50 scelgono la strada dell’emigrazione per andare incontro ad un futuro migliore. La povertà e il desiderio di riscatto sociale lo spingono a lasciarsi alle spalle quanto gli è più caro: la famiglia, gli affetti, la routine, dura ma rassicurante, della vita quotidiana, in una terra meravigliosa divenuta inospitale. Lo hanno già fatto tantissimi compaesani. La situazione di Vito, tuttavia, è ancor più complicata: il ragazzo deve fare i conti con una condizione fisica non ottimale, a causa della diverticolosi che lo affligge, costringendolo a sottoporsi spesso a cure mediche. La sua sofferenza è tradita da un fisico esile e da un incarnato straordinariamente chiaro, che vira verso un pallido quasi malaticcio. Quel nomignolo, “Vitino”, non è che la conseguenza del suo aspetto. Accade però che la malattia, paradossalmente, si trasformi in una risorsa, in un’opportunità concreta di ribaltare la sorte. Ad un certo punto, eventi, coincidenze, casualità cominciano ad inanellarsi tra loro in un cammino a spirale che converge al centro, in unico punto: il destino. L’incoscienza e l’energia, tipiche della giovinezza, sono la leva che aziona il cambiamento e trasforma in realtà il sogno di volgere al meglio la propria vita.

Col trascorrere degli anni, Vito diventa un bravo calzolaio. Le sue condizioni fisiche gli impediscono di seguire le orme del nonno e del padre: alla professione di agricoltore trova un’alternativa, andando a bottega sin dalla giovane età da un ciabattino della sua città. Il giovane ci sa fare con taglierini e punteruoli, tanto da superare in abilità il maestro. È lui che, consapevole di non avere più nulla da insegnare a quell’allievo così perspicace, presto gli consiglia di farsi assumere come apprendista da un famoso scarpaio di Bari. Qui Vito, oltre a perfezionare ulteriormente il mestiere, matura la decisione di tentare la fortuna dall’altra parte dell’oceano, allettato dalla notizia che un artigiano pugliese, del quale è venuto a conoscenza, ha impiantato una piccola fabbrica di calzature a Caracas. È arrivato il momento di partire. Se ne convince sempre di più, giorno dopo giorno: in Venezuela concetti come lavoro e dignità sembrano avere maggior senso che nella sua amata e odiata Altamura. Negli anni cinquanta, infatti, Marcos Pérez Jiménez, appartenente alla giunta militare ascesa al potere nel 1948, e divenuto dittatore dello Stato venezuelano, aveva favorito l’immigrazione europea, considerandola un fattore determinante per lo sviluppo interno. Partendo da questo presupposto, aveva consentito l’ingresso di circa un milione di immigrati nel Paese, tra i quali quasi trecentomila italiani, i quali, ancora oggi, dopo quella spagnola rappresentano la seconda comunità straniera. Vito non poteva certo immaginare che presto la sua strada si sarebbe incrociata proprio con quella di una delle persone più vicine al presidente.

Siamo nel 1954: sono passati appena due giorni dal santo Natale. Vito raggiunge Napoli per imbarcarsi sull’ “Amerigo Vespucci”, alla volta del Venezuela. Si è indebitato pesantemente per comprare il biglietto: l’unico posto disponibile è in prima classe. A Caracas ormai lo aspettano: dopo mesi di trattative, a mezzo lettera, ha ottenuto un lavoro nella piccola azienda calzaturiera del suo corregionale. Deve cominciare il prima possibile. Servono ben 240 mila lire per acquistarlo, quasi l’equivalente del costo di una casa. Un conoscente gli presta il denaro, facendogli sottoscrivere una cambiale, proprio a garanzia della somma accordatagli. Vito parte portando con sé un grande baule, del peso di oltre un quintale, contenente gli attrezzi da lavoro, insieme a pochi effetti personali e ad un solo vestito di ricambio. In tasca ha 10 mila lire, in testa la responsabilità di onorare il debito, e nel cuore la volontà di riuscirci.

Sulla nave, con la faccia da bravo ragazzo e il fisico minuto, che lo fanno sembrare ancor più piccolo della sua età, Vito conquista subito la benevolenza e le simpatie degli altri passeggeri. Ce n’è uno, in particolare, che si mostra sensibile alla sua storia: si tratta del capitano Clemente Antonio Rangel, alto funzionario militare proprio sotto il regime di quel Marcos Pérez Jiménez che in Venezuela aveva aperto le porte agli immigrati. Rangel parla italiano: ha vissuto diversi mesi in Italia, a La Spezia, insieme alla moglie e alla figlia che lo accompagnano. Prende il giovane altamurano sotto la propria ala protettrice: prima di approdare a Caracas, il 20 gennaio del 1955, dopo 25 giorni di navigazione, scrive per lui una lettera di referenze su carta intestata del Ministero della Sicurezza venezuelano. È una sorta di lasciapassare per il Paese, che funge da documento di riconoscimento e da permesso di lavoro. Una volta a terra, lo facilita nelle pratiche di sdoganamento dei bagagli. Insiste per farlo accompagnare a destinazione dal proprio autista, ma Vito rifiuta. Per pudore. Il capitano gli lascia il proprio indirizzo, appuntandolo, insieme ad una dedica, su un menù cartaceo che Vito ha portato via come ricordo dal ristorante della nave. Al momento dei saluti gli strappa la promessa di ricevere sue notizie, non appena si sarà sistemato. Da quel momento, il militare sarà un punto di riferimento importante per Vito in Venezuela, ma non l’unico.

Uno dei cerchi concentrici del labirinto del suo destino fa in modo che la sua strada si incroci anche con quella di Serafino La Manna, un medico di origine italiana trapiantato a Caracas. È stato Francesco Dantile, alla vigilia della sua partenza, a parlargli di questo dottore, docente universitario nella capitale venezuelana. Francesco è un infermiere che lavora presso l’ospedale di Altamura, il quale conosce bene la patologia di cui Vito soffre, avendolo assistito più volte. È per questo che gli ha raccomandato di mettersi in contatto con lo specialista, ex ufficiale medico dell’esercito italiano, del quale anni prima, durante il servizio militare, era stato attendente.

Trascorse quarantotto ore dal suo trasferimento in Venezuela, il giovane altamurano deve recarsi all’ufficio stranieri per ottemperare agli obblighi previsti per il rilascio del permesso di soggiorno. Non si sente affatto bene: i dolori allo stomaco sono tornati con l’intensità di sempre. Ha bisogno di aiuto. Terminati gli adempimenti burocratici, decide di mettersi in cerca del dottore e di recarsi presso l’edificio che ospita l’università, situata in quel medesimo quartiere. Giunto a destinazione però, Vito si trova di fronte ad un palazzo dismesso. Avvilito, prende un altro autobus per raggiungere l’abitazione di un altro emigrato, suo compaesano: ha bisogno di rifocillarsi e di sfogarsi con una persona fidata. Con grande stupore, scopre che il professor La Manna è un amico fraterno del datore di lavoro del suo concittadino, il quale nel giro di un’ora gli procura un nuovo indirizzo. Con quelle indicazioni, quello stesso pomeriggio, Vito si reca a casa del medico. Qui viene accolto dalla moglie, una signora dai modi gentili, incinta al nono mese, alla quale quel giovanotto così educato e sofferente fa subito tanta pena e tanta tenerezza. L’altamurano si presenta come un conoscente e paziente di Dantile, ex collega del marito in Africa. La donna lo invita ad entrare e ad attendere insieme a lei l’arrivo del dottore. Una volta a casa, dopo le presentazioni di rito, lo specialista visita il ragazzo, colpito dall’audacia con la quale, malgrado i problemi di salute, ha sfidato la fortuna affrontando da solo quel viaggio della speranza. Vito diventa subito parte integrante della famiglia La Manna, mentre, il medico, proprio a detta sua, si trasforma nel suo angelo custode. Sarà proprio lui ad operarlo nel 1959, in seguito all’insorgenza di complicanze della malattia di cui soffre.

L’esistenza in Venezuela scorre serena e piena di opportunità: Vito trova un nuovo impiego meglio retribuito, continuando a lavorare come calzolaio. Ripaga il proprio debito e spiana la strada al fratello minore, invitandolo a stabilirsi oltreoceano. Dietro consiglio dell’amico Serafino, e con l’immancabile supporto di Rangel, che lo aiuta ad ottenere la licenza necessaria, nel 1957 l’altamurano riesce addirittura a rilevare un negozio di calzature situato in una delle strade più prestigiose e frequentate di Caracas. Sull’insegna, accanto alla parola “Calzados”, può far dipingere, fiero, il suo nome: “Vito”. Qualche anno dopo, ormai pienamente inserito nel Paese, ottiene la cittadinanza venezuelana. È allora che torna in Italia, per sposare la sua amata Anna e ripartire per l’America Latina, dove i coniugi restano fino al 1963. La distanza che li separa dalla loro terra d’origine non è stata in grado di sopirne la nostalgia e l’amore. Vito ha raggiunto una certa posizione e un certo benessere che gli danno la forza, soprattutto economica, di riprendere la propria vita là dove era iniziata: ad Altamura. Si prepara così ad affrontare un nuovo, lungo viaggio, questa volta l’ultimo, verso le sue radici. In Italia lo seguono i ricordi degli amici e il calore di Caracas.

Al Venezuela e alle persone più care qui, Vito lascia l’immagine del suo viso. È immortalato in un grande quadro, custodito nella cattedrale della capitale. Lo aveva commissionato proprio l’arcivescovo della città, nel 1957, a Roberto Fantuzzi, un noto pittore italiano residente nel Paese sudamericano, e intimo amico del dottor La Manna. Il vescovo era stato vittima di una spedizione punitiva da parte della polizia segreta, su ordine di Pedro de Alcántara Estrada Albornoz, capo della sicurezza nazionale venezuelana. Si era salvato per miracolo: nel corso dell’agonia, gli era apparso Gesù Misericordioso, che aveva allungato le mani su di lui, per riportarlo alla vita. Al risveglio, per manifestare la propria gratitudine a Dio, aveva fatto chiamare l’artista, chiedendogli di riprodurre quella figura. Così Fantuzzi si era messo alla ricerca di un volto che lo ispirasse. Lo individuò una sera, proprio a casa del medico, dove era stato invitato a cena. Si era illuminato scrutando l’espressione di Vito, anche lui tra i presenti, che con le braccia aperte andava incontro alla figlioletta del dottore, per stringerla a sé. Per tre mesi, tutti i pomeriggi, dalle 14 alle 17, nel corso della chiusura pomeridiana del proprio negozio, l’altamurano accettò di posare per il pittore. L’opera era stata inaugurata il 17 ottobre del 1958, con una cerimonia solenne. Persino la celebre rivista italiana di ispirazione cattolica, “Famiglia Cristiana”, le aveva dedicato un articolo. Quel dipinto, oggi, è ancora visibile a Caracas, in una cappella situata all’interno della “Iglesia de la Pastora”.

Vito racconta degli anni in Venezuela con sorprendente dovizia di particolari. Rivive con lucidità ogni sensazione, ogni memoria, persino il sapore del cibo sudamericano. Lo fa proiettando il passato nel presente, come se tutto stesse accadendo nell’istante in cui parla e non fosse, invece, trascorso già da molto tempo. Si commuove per quella grande avventura che è stata la sua vita: non sarebbe diventata un albero pieno di frutti senza il suo coraggio, i suoi sogni, le sue mani e i suoi attrezzi da lavoro, ma soprattutto senza le braccia tese, accoglienti e benevole, di tutti i suoi compagni di viaggio.