I Claustri

Altamura, situata nel cuore dell’altopiano delle Murge, a 40 km da Bari, è stata una delle roccaforti di Federico II di Svevia (1194-1250), che nel Medioevo la rifondò, dopo la distruzione operata dai Saraceni. Per ripopolarla, l’imperatore invogliò popolazioni di diversa etnia, provenienti da contee vicine, dalla Terra di Bari alla Grecìa Salentina, a trasferirsi in questo territorio, concedendo loro esenzioni fiscali e libertà di culto. Fu così che latini, arabi, ebrei e greci cominciarono una pacifica convivenza nella città murgiana. Sono i suoi ottanta claustri, chiamati dalla popolazione locale gnostr, a darne testimonianza ancora oggi. Questi caratteristici slarghi, luoghi di aggregazione e socializzazione per antonomasia, un tempo nucleo della vita sociale comunitaria, costituiscono una rete di camere urbane unica nel suo genere. Il loro nome, derivante dalla parola latina claustrum, il cui significato è muro/barriera, denota la particolarità di questi spazi, che si aprono in quel dedalo di stradine, corti e piazzette che è il centro storico altamurano. Circoscritti dalle abitazioni comprese al loro interno, i claustri presentano infatti un’unica via d’accesso. In tal senso, la loro funzione nell’antico tessuto urbano sembra essere stata originariamente di tipo difensivo: la struttura stessa del claustro, per il suo tipico sviluppo a meandri, oltre che per le sue strettoie, dissuadeva potenziali nemici e assalitori ad entrarvi, considerato il rischio di restare intrappolati, senza alcuna possibilità di fuga, sotto i colpi di pietre e altri oggetti lanciati dagli abitanti. La toponomastica dei claustri ricalca le vicende dei gruppi familiari che li abitavano, così come quella di alcuni personaggi illustri protagonisti della cultura e/o della storia di Altamura. Che cosa li differenzia architettonicamente tra loro? Innanzitutto la duplice tipologia: “greca”, con un pozzo o un albero al centro di uno slargo di forma tondeggiante, e “araba”, caratterizzata invece da uno spazio stretto e lungo, con in fondo il punto di raccolta delle acque piovane. Proprio da queste cisterne i cittadini altamurani attingevano le loro riserve idriche. Secondo alcuni studi, il claustro sarebbe l’evoluzione della più antica curtis, uno spiazzo circondato da muri, appartenente ad un’unica famiglia o a più famiglie imparentate tra loro. Altri fattori distintivi dei claustri sono le strutture e i dettagli decorativi: balconi, archi, scalinate, terrazzini, anelli di pietra, ai quali anticamente si legavano cavalli e muli, ma ancor di più stemmi, figure votive e maschere apotropaiche scolpite su pareti ed edifici dalle tradizionali murature di tufo. Nel cortile del claustro “Tricarico”, dedicato alla nobile famiglia che lo abitava, per esempio sono ancora visibili i resti di una macina antica, impiegata per la trasformazione dei cereali, così come due volti raffigurati all’ingresso, su entrambi i lati. Il toponimo di un altro claustro, “Giudecca”, ricorda che esso anticamente era abitato da ebrei. All’entrata è posta una “cariatide”, che la tradizione orale ha sempre indicato come la “Sinagoga”, protettrice del claustro e dei suoi abitanti.

La vita della comunità, fino alla prima metà del XX secolo, si svolgeva all’aperto, negli spazi comuni situati all’esterno delle abitazioni abbracciate dai claustri. Qui ogni giorno andava in scena lo spettacolo corale dell’esistenza, con la tipicità di gesti e immagini, ma soprattutto di suoni: voci di donne intente nei lavori domestici o nelle attività di ricamo e cucito, grida di bambini impegnati nei loro giochi, come pure versi di animali da cortile, cavalli, asini, galline, componenti a tutti gli effetti dei già numerosi nuclei familiari. Nell’aria, la fragranza del cibo povero pugliese, con la ricchezza, l’intensità e la varietà di tutti i suoi aromi, stagione dopo stagione.

Details

Date
1 luglio 2015
Apulian Roots | I Claustri
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